TERRITORIO


IL TERRITORIO E IL CONSUMO DEL SUOLO IN ITALIA

 

 

paesaggio

 

 

Si definisce “consumo di suolo”   quel processo che l’uomo compie sul territorio e che prevede la progressiva trasformazione di superfici naturali o agricole mediante la realizzazione di costruzioni ed infrastrutture, e dove si presuppone che, il ripristino dello stato ambientale preesistente sia molto difficile, se non quasi sempre impossibile, a causa dello   stravolgimento totale dei luoghi.

La trasformazione del territorio italiano, dal dopoguerra ad oggi, ha subito diverse accelerazioni, per il sovrapporsi di diverse spinte: dalla ricostruzione post-bellica, al boom demografico, alla grande infrastrutturazione del Paese, alle ondate immigratorie, alla crescita delle famiglie con singoli componenti.

IL consumo del suolo ha,comunque, conseguenze che vanno ben al di là del solo impatto visivo: non solo infatti viene deturpato il paesaggio – cancellandone soprattutto la memoria collettiva – ma ha ricadute significative su biodiversità, clima, assetto idrogeologico, energia, economia e anche sui rapporti sociali.

Secondo un dossier pubblicato congiuntamente dal FAI e dal WWF, nei prossimi 20 anni,in Italia, la superficie occupata dalle aree urbane crescerà di circa 600 mila ettari, pari ad una conversione urbana di 75 ettari al giorno. Da un progetto di ricerca promosso dall’Università degli Studi dell’Aquila in collaborazione con il WWF Italia, l’Università Bocconi, l’Osservatorio per la Biodiversità, il Paesaggio Rurale e il Progetto sostenibile della Regione Umbria su una indagine condotta su 11 regioni italiane, corrispondenti al 44% della superficie totale, l’area urbana in Italia negli ultimi 50 anni si è moltiplicata, secondo i dati ufficiali, di 3,5 volte ed è aumentata, dagli anni ’50 ai primi anni del 2000, di quasi   33 ettari al giorno e 366,65 mq a persona con valori medi oltre  il 300% e picchi di incremento fino al 1100% in alcune regioni, persino quei comuni che si sono svuotati a causa dell’emigrazione sono cresciuti di oltre 800 mq per ogni abitante perso.

Si pensi solo alla piaga dell’abusivismo edilizio, che dal 1948 ad oggi ha ferito il territorio con 4,5 milioni di abusi edilizi, 75 mila l’anno, e  negli ultimi 16 anni ci sono stati 3 condoni (1985, 1994 e 2003). Poi ci sono le cave che nel solo 2006 hanno mutilato il territorio scavando  375 milioni di tonnellate di inerti e 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali. I progetti delle grandi infrastrutture, invece, che mettono a rischio aree protette, siti di Interesse Comunitario  e cosi via. In agricoltura,si registra, dal 2000 al 2010 una diminuzione della Superficie Aziendale Totale (SAT) dell’8% e della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) del 2,3%, mentre il numero delle aziende agricole e zootecniche è diminuito, nello stesso periodo, del 32,2% . Il risultato è un territorio meno presidiato e più fragile: in Italia circa il 70% dei Comuni è interessato da frane ,e il 4,3% del territorio italiano è considerato “sensibile a fenomeni di desertificazione”.

Crescono le città,anche se gli abitanti diminuiscono.Nonostante in Italia dal 1991 al 2001 secondo i dati ISTAT è stata registrata una stabilità demografica, nello stesso periodo le città sono cresciute di 8.500 ettari all’anno. Anzi, paradossalmente, le città hanno continuato ad espandersi persino in quei comuni che tra il 1951 e il 2011 si sono svuotati a causa dell’emigrazione.

Le lobby del cemento non solo hanno costruito più case di quelle che possono essere effettivamente abitate ma hanno dato vita ad un’espansione urbana “a macchia di leopardo”, senza alcuna pianificazione, caratterizzata da nuclei di abitazioni sparpagliati rispetto al centro cittadino, per collegare i quali sono state necessarie apposite infrastrutture (strade, servizi), con enormi quote di territorio destinate, ad esempio, a parcheggi (basti pensare solo ai centri commerciali).

L’espansione incontrollata delle città verso le campagne ha fatto sì che la ben più redditizia economia del mattone ha prevalso su quella agricola.  La “fame di cemento” ha infatti letteralmente divorato i terreni agricoli – e i prodotti tipici provenienti da essi –  grazie soprattutto ad un’assenza di pianificazione urbanistica, varianti e deroghe concesse ad hoc da amministrazioni complici e compiacenti nei confronti di spregiudicati costruttori che non esitano a trasformare i terreni agricoli in zone edificabili, cambiandone la destinazione d’uso, attraverso improponibili varianti urbanistiche facendone  così lievitare il valore. Oltre a questo intreccio di affari e politica, tra le cause che hanno incentivato i Comuni a ‘svendere’ la propria terra c’è anche quel meccanismo perverso di agganciare le entrate municipali alle imposte sugli immobili: per cui un tempo con l’ICI – e adesso con l’IMU – la tassa sulla casa sarà ancora considerata dai Comuni come una vera e propria fonte di autofinanziamento.

Tra le varie proposte avanzate congiuntamente dal FAI e dal WWF per ostacolare e fermare lo spaventoso  consumo di suolo c’è quella di porre severi limiti all’urbanizzazione con leggi a carattere nazionale.  Dare priorità al riuso dei suoli anche utilizzando la leva fiscale per penalizzare l’uso di nuove risorse territoriali; procedere ai Cambi di Destinazione d’Uso solo se coerenti con le scelte in materia di ambiente, paesaggio, trasporti e viabilità. E ancora: rafforzare la tutela delle coste estendendo da 300 a 1000 metri dalla linea di battigia il margine di salvaguardia; difendere i fiumi non solo attraverso il rispetto delle fasce fluviali ma con interventi di abbattimento e delocalizzazione degli immobili situati nelle aree a rischio idrogeologico; farsi carico,da parte degli Enti Pubblici, degli interventi di bonifica dei siti inquinati, escludendo che i costi di bonifica vengano compensati attraverso il riuso delle aree a fini edificatori e introducendo il principio di convivenza sociale e comunitario che “Chi inquina paga” e soprattutto debellare severamente l’abusivismo edilizio.

 

 


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